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5 giugno 2011

LA LUNGA ATTESA PER LA VISITA Corriere della Sera

Corriere della Sera di domenica 5 giugno 2011, pagina 53


LA LUNGA ATTESA PER LA VISITA

di Faiella Maria Giovanna

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Ricognizione Cronaca dei tanti problemi emersi in tutta Italia La lunga attesa per la visita Barelle nei corridoi, rifiuti, poche informazioni pazienti costretti a dormire su una sedia o in barella nei corridoi, ancora vestiti, fianco a fianco, senza nessun rispetto della privacy. Altri che aspettano il loro turno in piedi, perché mancano le sedie. Familiari che, soprattutto nei giorni festivi, non riescono ad avere notizie dei loro cari sottoposti a visita ed esami. E ancora, ambulanze ferme a lungo, in attesa che si liberino le loro lettighe. Poi, segni di incuria e di sporcizia qua e là. Disagi purtroppo all'ordine del giorno in parecchi dei pronto soccorso di tutta Italia, come hanno rilevato lo scorso aprile, in una giornata come tante altre, i volontari del Tribunale dei diritti del malato - Cittadinanzattiva, in collaborazione coi medici ospedalieri del sindacato Anaao-Assomed (vedi dati a sinistra). «Siamo andati in circa cento pronto soccorso per verificare le segnalazioni dei cittadini — dice Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale del malato —. Non si tratta di un'indagine statistica, ma si sono rilevate disfunzioni che sono allarmanti, a prescindere dal numero degli episodi». «E gravissimo, per esempio, che un paziente cui è stato attribuito il codice giallo, quindi in condizioni serie, debba aspettare fino a 5 ore prima di essere visitato. O che un malato rimanga su una barella in corridoio anche per due giorni — sottolinea Moccia —. In un ospedale di Roma abbiamo trovato sette ambulanze ferme in attesa che si liberassero le loro letti- WEB Partecipa al sondaggio sui temi trattati in queste pagine su www.corriere.it/salute ghe per poter andar via: significa che nel frattempo non erano a disposizione per soccorrere altre persone. E di casi come questo ne abbiamo riscontrati parecchi». Tra i punti critici emersi dal monitoraggio, oltre alla solita nota dolente delle attese, la carenza di posti letto nei reparti e il numero esiguo di personale medico e paramedico soprattutto in giorni festivi e di notte. «In un pronto soccorso con accessi superiori a 25 mila l'anno, abbiamo trovato un solo medico presente durante il turno di notte» sottolinea la coordinatrice del Tribunale del malato. Un po' dappertutto strutture e mezzi inadeguati per accogliere, far attendere, trasportare i pazienti lungo il percorso di diagnosi e cura dell'emergenza. «Non dovrebbero esserci pazienti in piedi in attesa della visita, o "parcheggiati" in una stanzetta anche per giorni, in attesa di un posto letto per il ricovero — incalza Moccia —. In un caso su dieci, i malati o i familiari sono invitati a rivolgersi ad altre strutture per carenza di posti. In una stanza di breve osservazione abbiamo trovato addirittura ventidue barelle aggiunte, coi pazienti l'uno accanto all'altro, senza alcuna possibilità di riservatezza. E nella maggior parte dei casi, poi, le persone vengono chiamate ancora per nome». «Le carenze strutturali risultano accentuate dal fatto che i pronto soccorso diventano spesso luoghi di vera e propria degenza e che spesso i medici sono sotto organico — fa notare Sandro Petrolati, coordinatore nazionale della commissione "emergenza" dell'Anaao-Assomed —. I cittadini non attendono tanto perla visita, quanto per il posto letto che non c'è. Così, il pronto soccorso non è più un luogo "di passaggio", ma un reparto. La riprova? Una volta sarebbe stato impensabile distribuire il vitto alle persone in attesa, ora, invece, succede anche questo: del resto, i pazienti sostano per ore, se non addirittura per giorni». Altro dato inquietante è la scarsa comunicazione coi malati e con i loro parenti. «Alcuni miglioramenti ci sono stati, ma in un caso su tre abbiamo trovato ancora familiari che non riuscivano ad avere informazioni sullo stato di salute dei loro cari — riferisce Moccia —. E i pazienti in attesa spesso non sanno quante persone hanno davanti, per cui devono chiedere continuamente informazioni al personale, impegnato in altro». Problemi, infine, anche per gli immigrati che, una volta giunti al pronto soccorso, non riescono a spiegare i loro disturbi: poche le strutture che hanno il mediatore culturale. Maria Giovanna Faiella Visitate cento strutture per verificare le segnalazioni dei cittadini Una volta era impensabile fornire il vitto alle persone in attesa: ora succede

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