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4 giugno 2011

INTERVISTA A MICHEL SIDIBÉ - "VINCERLO CI COSTERÀ 110 MILIARDI"Stampa

Stampa di sabato 4 giugno 2011, pagina 17


INTERVISTA A MICHEL SIDIBÉ - "VINCERLO CI COSTERÀ 110 MILIARDI"

di De Bernardis Ilaria

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Dopo 30 anni il morbo del secolo fa ancora paura, ma oggi lo si può vincere. Potrà essere stoppato nei prossimi cinque anni con uno sforzo economico di 110 miliardi di dollari. L'annuncio arriva da Michel Sidibé, direttore esecutivo di Unaids, programma comune delle Nazioni Unite perla lotta all'Hiv/Aids, nonché Segretario generale aggiunto dell'Onu. Sidibé anticipa alcuni contenuti del discorso che terrà a New York in occasione del meeting (8-10 giugno) dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sul virus. In quell'occasione gli Stati membri adotteranno un documento che sarà il riferimento alla lotta all'Aids nei prossimi anni. Secondo Unaids, un investimento di 22 miliardi di dollari all'anno eviterebbe 12 milioni di nuovi ma- "Vincerlo ci costerà 110 miliardi" 11 progetto internazionale: "Iniziamo dalla prevenzione perché il vaccino ò lontano" lati e 7,4 milioni di morti. Oggi, per la prima volta, si parla di un'inversione di rotta: quali sono i tempi presunti per debellare definitivamente l'Aids? «Vogliamo innanzitutto far sì che i 34 milioni di persone contagiate dall'Hiv continuino a vivere a lungo, per questo occorre che abbiano a disposizione i trattamenti antivirali salvavita. Conviveremo con l'Aids a lungo. Quel che possiamo fare è evitare nuove infezioni tra i ragazzi prima del 2015. E' già così nei Paesi ad alto reddito. Speriamo di poter raggiungere questo risultato in tutto il mondo entro i prossimi quattro anni». La proposta di Unaids è di impiegare 110 miliardi in cinque anni per fermare il morbo. Risulta che l'Italia non abbia versato contributi al Fondo globale nel 2009 e nel 2010: come pensate di ottenere quella cifra se qualche Paese non rispetta gli impegni? «E fondamentale che il Fondo globale sia completamente finanziato e che possa continuare ad aiutare gli ammalati di Aids. Per questo è auspicabile che tutti facciano quello che devono». La diffusione del virus si sta spostando geograficamente. Per quale motivo oggi cresce di più nell'Est europeo e in Asia centrale? «Non ci sono singole epidemie di Aids, ma ogni regione ha la propria specificità. E' per questo che Unaids spinge su un approccio basato sul principio "conosci la tua epidemia e rispondi". Ad esempio, nell'Est Europa la prevalenza è tra chi fa uso di droghe, mentre in Africa e in altre aree la diffusione è generalizzata. Quindi le risposte devono essere ritagliate su misura caso per caso. Abbiamo verificato che i programmi di riduzione del danno salvano vite e riducono il numero di nuovi infettati in maniera sensibile». Nel mondo medico-farmacologico c'è chi sostiene che a breve verrà perfezionato un vaccino. Crede che sia una tappa davvero così prossima? «Il vaccino è una necessità e un giorno ci sarà. Ma la strada è ancora lunga. Tuttavia nella ricerca sono già stati fatti progressi significativi. Nuove ricerche dimostrano che applicando i trattamenti antiretrovirali il virus non si trasmette più dai malati ai loro partner per via sessuale. Un punto di svolta che darà ancora più valore alla prevenzione. Dobbiamo puntare senza alcuna riserva ai trattamenti preventivi». Di Aids non si parla quanto qualche anno fa, forse perché fa meno paura, ma è sempre pericoloso. Che cosa andrebbe fatto a livello di comunicazione istituzionale? «Non c'è spazio per l'autocompiacimento. L'Hiv ha rialzato la testa nelle aree dove i programmi di prevenzione sono stati interrotti. L'educazione sessuale deve essere una mate- OBIETTIVO «Evitare 12 milioni di nuovi malati e 7,1 milioni di morti» ria scolastica. Dobbiamo dare ai giovani i mezzi per proteggersi da soli, dall'Hiv e dalle gravidanze indesiderate, e insegnare loro a prendersi cura della loro sessualità e fertilità: è un loro diritto». Quanti sono i sieropositivi e i morti per Aids in Italia? «Unaids dice che nel vostro Paese a fine 2009 c'erano circa 140 mila individui con l'Hiv, e 48mila erano donne. E si stima che siano morte per malattie correlate meno di un migliaio di persone».

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