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5 giugno 2011

INTERVISTA A DIONIGI TETTAMANZI - TETTAMANZI "REGALIAMO UMANITÀ A MILANO" - "DOBBIAMO REGALARE UMANITÀ A MILANO LA CITTÀ SAPPIA PARLARE DI MOSCHEA E NOMADI" Corriere della Sera

Corriere della Sera di domenica 5 giugno 2011, pagina 1


INTERVISTA A DIONIGI TETTAMANZI - TETTAMANZI "REGALIAMO UMANITÀ A MILANO" - "DOBBIAMO REGALARE UMANITÀ A MILANO LA CITTÀ SAPPIA PARLARE DI MOSCHEA E NOMADI"

di Schiavi Gaingiacomo

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Il colloquio Il cardinale Tettamanzi «Regaliamo umanità a Milano» " cardinale d' Milano a! termine de' suo mandata occorre asco tare i territorio e quanti vogliono'! confronto con l'istituzione. F pensare a giovani «Dobbiamo regalare umanità a Milano La città sappia parlare di moschea e nomadi» Tettamanzi: la partecipazione di questi giorni ci dice che serve un nuovo rapporto con la politica La nuova Milano c'era già nei suoi discorsi, quando parlava di città dei cittadini, umiltà dell'ascolto, bisogno di umanità in una metropoli «luminosa ma spesso confusa sulla sua identità». E adesso che il potere  si riflette in quegli appelli dal pulpito del Duomo, nei messaggi ripetuti sulla responsabilità di chi governa, sull'onestà da perseguire, sull'esempio da dare e sulla violenza verbale da mettere al bando, sembra quasi un obbligo dire che senza il cardinale Dionigi Tettamanzi non ci sarebbe stata la svolta di Milano. Eppure era alla destra e alla sinistra che il cardinale parlava, che offriva riflessioni di buon senso contro l'egoismo e la dismissione dell'etica in politica, mettendo in evidenza il distacco crescente tra cittadini e istituzioni. Ma molti in prima fila nella cattedrale, nei posti assegnati ai rappresentanti delle istituzioni, sbarravano gli occhi e non volevano sentire quando parlava di democrazia tradita o di eclissi della legalità, anche nella civilissima Milano. «I diritti dei deboli non sono diritti deboli», ripete ora che il suo tempo da pastore è vicino alla scadenza, senza rivendicare assolutamente niente di un cambiamento che è ancora atteso alla prova dei fatti. «Passo per un politico, ma non faccio altro che leggere il Vangelo», spiega ragionando sulla richiesta che Milano con il voto ha messo in evidenza: quella dei cittadini che debbono contare di più. «La partecipazione di questi giorni ci sta dicendo che c'è bisogno di un rapporto più umano con la politica. Ognuno di noi, se messo nelle giuste condizioni, può dare qualcosa agli altri, collaborare con chi amministra. Regalare un po' di polvere di umanità a Milano è un modo per renderla più bella». Il cardinale Tettamanzi, 77 anni, queste cose le dice da quando è arrivato a Milano: dal 2002 ogni suo discorso di Sant'Ambrogio è una sassata contro l'indifferenza, una denuncia del potere da esibire, un richiamo alla sobrietà e alla buona educazione. «Non c'è politica senza sogno da tradurre in realtà», ripete, bisogna volare alto, dare speranza e prendersi cura di ogni piccolo problema. Non è una città malata, Milano. E non è un fortino da espugnare con le bandiere di partito. Ha il fermento della città che vuole essere coinvolta, anche per risolvere problemi che nelle periferie si chiamano solitudine, emarginazione, povertà, sicurezza, casa, lavoro, consapevole di una nuova ricchezza che si chiama volontariato, e si esprime con una rete di comitati e associazioni unica in Italia. «Solo una città che ritrova la propria ambizione civica può tornare ad appassionare per il bene comune, e suscitare il desiderio di una partecipazione responsabile» diceva Tettamanzi qualche anno fa, quando Letizia Moratti si era impegnata a portare fuori Milano dalla logica stretta del condominio da gestire, e aveva ottenuto la fiducia dalla città. Non ha cambiato idea oggi, mentre rimbalzano le voci sulla sua successione, e Giuliano Pisapia è diventato il nuovo sindaco... Milano da tempo vuole sentirsi, con orgoglio, comunità. «Il terreno è buono», è il titolo del suo ultimo discorso, quasi un testamento spirituale e civile, con questo sottinteso: la gente è stanca di insulti, di promesse non mantenute, di volgarità, di furbi che ottengono il successo alimentando il mulino dell'illegalità. «C'è bisogno di testimonianze fatte di onestà, schiettezza, pulizia morale. Alla retorica dei discorsi io preferisco chi si mette in gioco. È finito il tempo degli slogan. E ora di risvegliare le coscienze per tornare a dire: e io che cosa posso fare?» Lui ha dato l'esempio: rinunciando a quello che aveva, staccando anche qualche quadro di casa e mettendo all'asta la sua collezione di presepi ha creato un fondo per le famiglie in difficoltà. Non un'elemosina, ma un sostegno, anche umano, in un momento reso difficile dalla crisi. Quasi tredici milioni di euro, più della raccolta fondi della Cei: un miracolo tutto ambrosiano, con cinquemila famiglie assistite e un messaggio esplicito alla concretezza dell'azione, all'agire con giustizia e legalità, come rispetto per le esigenze di tutti e non soltanto di alcuni privilegiati. Anche quelle dei rom e degli islamici senza una casa per pregare, diventati terreno di scontro e di offese personali. «Vescovo di Kabul», l'ha attaccato la Lega; «Tettamanzi cattocomunista», ha scritto il ministro Calderoli. Quasi una medaglia da ostentare oggi nella città che ha dimostrato di non credere a Zingaropoli e alla strategia della paura.  «Una città moderna deve saper parlare di questi argomenti senza chiudere gli occhi. La moschea non è il primo problema di Milano, ma chi pregia non deve farlo in una strada. E miope e irresponsabile l'atteggiamento di chi non vuole prendere coscienza di certe situazioni presenti nella nostra città. Spesso ci si accanisce contro i nomadi per rendere ostile il terreno in cui vivono, impedendo l'integrazione di chi vuole intraprendere percorsi di legalità e cittadinanza, con il rischio di esporli di più alla delinquenza». Un sindaco e una città devono lavorare insieme, è il suo pensiero, per allargare gli orizzonti e superare il loca-lismo, cercando nella politica il valore più nobile: pensare al bene comune, mettersi al servizio degli altri. «Chi ha una responsabilità deve dare esempi, essere il più corretto: la gente capisce se sei interessato ai loro bisogni o hai altri obiettivi». Per questo il tema dell'ascolto è quasi un'ossessione per il cardinale di Milano. «Ascoltare i bisogni che emergono dalla società, ascoltare il proprio territorio con le ricchezze che esprime, ascoltare quanti vogliono il confronto con l'istituzione: c'è da farsi carico dei tempi lunghi della crescita sociale, culturale, civile di tutte le componenti di una comunità. E pensare ai giovani. Ai ragazzi che devono essere valorizzati dagli adulti, quegli adulti che troppo spesso non schiodano dai loro posti, che li tengono occupati troppo a lungo». Gli stessi giovani che hanno dato un segnale forte di presenza nella campagna elettorale di Milano: hanno detto che vogliono contare di più. «Offriamogli condizioni di maggiore stabilità e qualità della vita. Abbiamo bisogno del loro aiuto, del loro entusiasmo. Se riusciremo a trasmettere loro qualcosa di buono, avremo dato anche un messaggio di fiducia nel futuro». La partecipazione ritrovata è un bel segnale per Milano, una sfida da leggere nei suoi aspetti positivi, commenta il cardinale. «Sono tenacemente convinto che un mistero di bene percorra le nostre strade, accenda di speranze gli animi». Sulle strade di Milano Tettamanzi ha incrociato migliaia di cittadini in questi anni, di destra e di sinistra: ognuno di loro impegnato in una piccola battaglia, nella difesa della vita, nella salvaguardia dei valori. A loro deve sempre guardare chi governa, perché «l'attenzione per le grandi cose, in una città dalle grandi ambizioni, deve passare anche per la sollecitudine verso le situazioni disperate, delle quali a volte non ci accorgiamo più».

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