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8 giugno 2011

ECCO I LEPS PER LA SPESA SOCIALE: RSTA TROPPO DIVARIO TRA LE REGIONI - LA LUNGA MARCIA VERSO I LEPS Sole 24 Ore Sanita'

Sole 24 Ore Sanita' di martedì 7 giugno 2011, pagina 8


ECCO I LEPS PER LA SPESA SOCIALE: RSTA TROPPO DIVARIO TRA LE REGIONI - LA LUNGA MARCIA VERSO I LEPS

di Mar.B.

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Ecco i Leps per la spesa sociale: resta troppo divario fra le Regioni Servizi sociali: è pronto il documento di Regioni e Comuni, per definire i Leps, i livelli -essenziali delle prestazioni sociali. Ma per ora è troppa - e da equiparare - la differenza tra i servizi erogati nelle Regioni con livelli di spesa divergenti, dai 30 euro della Calabria ai 280 di Trento. (Servizio a pag. 8) Livelli essenziali delle prestazioni sociali: le Regioni puntano a definire i servizi minimi La hum marcia verso i Legs Troppo divario sulla spesa: dai 30 euro della Calabria ai 280 di Trento Se per i calabresi si spendono neanche 30 euro a testa per garantire cure a casa, asili nido e aiuti ai non autosufficienti i trentini possono contare su quasi 280 euro, praticamente 10 volte di più. Contro una media in Italia di 110,7 euro. È tutta qui, nitida ed evidente, la fotografia della «grave carenza di omogeneità» tra i servizi sociali del nostro Paese scattata nella bozza di documento messo a punto dalle Regioni, insieme ai Comuni, per definire i Leps, i livelli essenziali delle prestazioni sociali, in pratica i «Lea» del pianeta socio-sanitario invocati dal federalismo fiscale. Un documento che sarà al centro di una Conferenza straordinaria delle Regioni mercoledì 15 giugno. E che in futuro dovrebbe diventare un Dpcm, come quello che ha definito i livelli essenziali della Sanità nel 2001. L'idea alla base di questo lavoro è quello di tracciare l'identikit delle prestazioni sociali partendo dai livelli di spesa attualmente esistenti e definendo pochi servizi imprescindibili, ma realmente esigibili allo stesso modo in tutta Italia. Perché per definire i veri Leps servirà un «processo graduale» lungo e difficile durante il quale bisognerà anche trovare un «progressivo adeguamento delle risorse finanziarie» per migliorare i servizi sia dal punto di vista della quantità che della qualità. Troppa la differenza dei modelli organizzativi e della distribuzione dell'offerta di servizi sociali tra le Regioni. La spesa sociale, a differenza di quella del Ssn che si basa sul riparto storico del Fondo sanitario nazionale e su Lea ben definiti, si divide in mille rivoli tra finanziamenti comunali, regionali e fondi nazionali: da quello per la famiglia al fondo sociale, tagliato più volte negli ultimi anni, fino al fondo per la non autosufficienza che il Governo nel 2011 ha azzerato. Secondo le ultime stime disponibili nel 2008 si sono spesi 6,6 miliardi tra servizi per l'accesso alla rete assistenziale e per la permanenza a casa, servizi per l'infanzia e per le fragilità, nidi e misure di sostegno al reddito. Interventi che poi a livello locale si traducono in un groviglio di servizi disparati e con livelli di spesa assolutamente divergenti dove si passa, come detto, dai 30 euro della Calabria ai 280 di Trento. In mezzo c'è di tutto. Il documento divide l'Italia in tre i gruppi: il primo è situato su un «più/meno 30% rispetto alla media nazionale» di spesa che nel 2008 è stata di 110,7 euro procapite. Si tratta di Umbria, Marche, Veneto, Lombardia, Toscana, Lazio, Liguria e Piemonte che oscillano tra i 95 e i 139 euro di versamenti a cittadino. Un secondo gruppo, in pratica tutto il Sud, vede la spesa sociale «inferiore al 60% della media» italiana: Calabria (30 euro), Molise (40), Campania (51), Puglia (54), Basilicata (58), Abruzzo (63) e Sicilia (70). E infine un terzo gruppo, in cui la spesa sociale «è superiore alla media di oltre il 30%». Tra i virtuosi - che spendono dai 167 a quasi 280 euro procapite - ci sono Emilia, Sardegna, Bolzano, Friuli, Valle d'Aosta e Trento. Insomma, «la disomogeneità delle politiche sociali dovuta alla mancanza di livelli esigibili - scrive il documento - si evidenzia fortemente a partire dal livello di spesa». Per questo si chiede alle Regioni più in ritardo di provvedere con «un piano pluriennale di interventi per colmare il divario dalla media nazionale entro 3-5 anni» sia sulla spesa che sulla copertura dei servizi. Un riassetto e una riqualificazione, questa, che «dovrà riguardare anche il versante comunale». Sul fronte dei servizi minimi da garantire, in attesa di definire i futuri Leps, il documento (si veda anche «il Sole 24 Ore Sanità» n. 14/2011) fissa alcune grandi aree di intervento, che costituiscono di fatto le priorità su cui si dovrà concentrare l'azione di Regioni e Comuni. Cinque i «macro livelli» presi in considerazione declinati in «livelli essenziali di servizio», in «linee di intervento» e «tafget di riferimento» della popolazione. a cui fornire le prestazioni: si comincia dai «servizi per l'accesso e la presa in carico da parte della rete  assistenziale» (accesso, presa in carico e pronto intervento sociale) e dai «servizi e misure per favorire la permanenza a domicilio» (assistenza domiciliare e servizi di prossimità). Ci sono poi i «servizi territoriali» a carattere comunitario e per l'infanzia (asili nido e altri servizi) e quelli «territoriali a carattere residenziale per le fragilità» (residenze e comunità per minori, donne e persone con fragilità). Infine il quinto «macro livello»: le misure di inclusione sociale e di sostegno al reddito (contributi, assegni, indennità ecc.). Da qui si partirà per tentare di scrivere i livelli essenziali delle prestazioni sociali. Ma la marcia sarà lunga e in salita. E con l'incognita delle risorse sempre in bilico.

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