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29 maggio 2011

QUEI MEDICI EROI ITALIANI CHE AIUTANO I BIMBI AFRICANI - QUEI 1.330 ANGELI IN CAMICE BIANCO, L'ARMATA BUONA DALL'ITALIA ALL'AFRICA Corriere della Sera

Corriere della Sera di venerdì 27 maggio 2011, pagina 25


QUEI MEDICI EROI ITALIANI CHE AIUTANO I BIMBI AFRICANI - QUEI 1.330 ANGELI IN CAMICE BIANCO, L'ARMATA BUONA DALL'ITALIA ALL'AFRICA

di Stella Gian_Antonio

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L'organizzazione padovana Cuamm, un'awentura lunga 60 anni. In un libro di Paolo Rumiz Quei 1.330 angeli in camice bianco l'armata buona dall'Italia all'Africa I progetti Più del 90% dei soldi raccolti viene speso per gli interventi Nel 2009 123 mila vaccinazioni Il primo era un vicentino della bassa, si chiamava Anacleto Dal Lago e con la moglie Bruna viaggiò da Mombasa a Nairobi, per poi raggiungere la remotissima Nkubu, su un puzzolente treno merci carico di pesce essiccato, così lento " che i due avevano il tempo di fare la spesa nei mercatini dei villaggi col treno in movimento: bastava «scendere dal primo vagone e risalire dall'ultimo».

E una grande avventura, la storia del Cuamm-Medici con l'Africa, l'organizzazione padovana che si trascina dal 1950 una sigla burocratese (Collegio universitario aspiranti medici missionari) ma tutto è meno che un organismo burocratico e autoreferenziale. Ricordate le polemiche sulla Fao, dove i soldi se ne vanno in larga parte per stipendi, affitti, scuole dei figli dei funzionari a Roma e solo una quota ridotta (29%) è destinata davvero alla lotta contro la fame? Il rapporto, qui, è rovesciato: il Cuamm, che come ha scritto Pietro Citati è una delle non molte realtà che riscattano il nostro Paese vergognosamente tirchio verso il Terzo Mondo, «riesce a contenere al 9,3% i costi amministrativi e a dedicare il 90,7% delle uscite del bilancio ai progetti in Africa. Solo nel 2009 sono state fatte 437.492 visite ambulatoriali, 50.497 visite pre e post natali, 108.442 ricoveri, 123.016 vaccinazioni, 19.491 parti». Una benedizione, per un continente disperato che ha un settimo della popolazione ma solo un cinquantesimo della produzione e un centesimo del commercio mondiale. Per non dire del vuoto spaventoso di assistenza medica: 16 ortopedici per 31 milioni di persone in Uganda, 11 per 71 milioni in Etiopia. Un II sacerdote Don Luigi Ma77ucato dal Veneto «dispone tutto senza dare l'impressione di decidere» bambino ogni 13 nasce disabile ma solo due su ioo vedono nella loro vita un medico. Nel Sudan, dice il libro Nella terra dei Dinka che racconta la complicatissima e spettacolare costruzione di un ponte sul fiume Payee da parte della Protezione civile di Guido Bertolaso, «25 bambini su ioo muoiono prima di raggiungere cinque anni di età» e solo «il 3o-4o% della gente vive a una giornata di cammino da una struttura sanitaria». Cosa abbia significato il Cuamm per un continente così, lo spiega Paolo Rumiz in un libro dal titolo bellissimo, Il bene ostinato (14 euro, 138 pagine) edito da Feltrinelli: «Milletrecentotrenta uomini e donne, per un totale di quattromilatrecento anni di servizio, si sono mossi su duecentoundici ospedali tra il Sudan e il confine settentrionale del Sudafrica. Un esercito. Una bandiera. Mille-centoventitré medici e altri volontari più duecentosette accompagnatori, la maggioranza del Centronord, molti veneti e lombardi, ma anche tanti meridionali; da diciannove regioni su venti e novantatré province su centodieci. Mille-trecentotrenta storie che in silenzio hanno cambiato il mondo della sanità pubblica nel Continente nero». Nero non solo per il colore di gran parte dei suoi abitanti, ma perché la sera, improvvisa e senza essere attenuata dalla luce elettrica in larghissime porzioni di territorio, precipita la «notte totale, nera come la pece e popolata da versi di animali». Nessuno, scrive Rumiz, dimentica la sua prima notte africana, invasa «dal terrore di non essere all'altezza». Questa angoscia di compiere una missione indispensabile ma allo stesso tempo umiliata dalla consapevolezza dell'insanabile sproporzione rispetto all'enormità dei problemi, accompagna il percorso umano e professionale di tutti insieme con la serenità, se non addirittura l'allegria e la gioia, di fare ciò che va fatto. Storie di eroismi e di impotenza: «In pediatria c'è un bambino col femore rotto, in trazione da un mese e mezzo perché mancano i gessi. Non si lamenta. Nessun europeo ne sarebbe capace, nemmeno un adulto. Qui la pazienza non ha limite, come la gioia e la crudeltà, e l'ospedale è un girone infernale dove l'urlo arriva solo con la morte». Storie di chiamate notturne («dovresti andare a Karamoja, hanno bisogno di un chirurgo, hai due giorni per dirmi sì...») che partono da Padova dal telefono di don Luigi Mazzucato, «l'uomo che tutto sa senza darlo a vedere, e tutto dispone senza dar l'impressione di decidere». Lo stratega della «Grande Armada dei Medici con l'Africa». Storie di stupidità della cooperazione: «Capitava che in paesi senza elettricità arrivassero sofisticati apparecchi per radiografie...». Storie di dedizione totale, come quella di Mario Marsiaj, un medico rimasto tre anni di fila (tre anni!) senza un ricambio ad Angal, in Uganda, che accoglie Gavino e Loretta Macciocco (sono tanti i medici il marito e mo *** glie che scelgono di partire insieme) dicendo loro: «Tra sette mesi vado in ferie, e in sette mesi dovete essere in grado di fare tutto». E poi storie di lutti, tanti lutti: «Francesco Remotti, ucciso con altri tredici italiani a Kindu, in Congo, durante una missione di soccorso. Lido Rossi, portato via dalla nefrite in Swaziland. Margherita Simioni, un incidente stradale in Tanzania. Marisa Ferrari, anche lei un incidente, in Angola. Maria Bonino, morta di febbre emorragica in Luanda il Giovedì santo del 2005, dopo aver scritto una lettera drammatica sulla situazione del suo reparto di Pediatria, una lettera nella quale spiegava che «è umanamente impossibile vedere un senso in tutto questo dolore innocente; l'unica è fidarsi che ci sia"». E ancora storie di impettiti ambasciatori cretinamente gelosi di quegli angeli in camice bianco. Di pazienti scappati dal lebbrosario e azzannati dai coccodrilli. Di «liste nozze» lasciate dai medici sposini Gigi e Mirella in partenza per l'Africa non in luccicanti shopping center ma «in un emporio di attrezzature ospedaliere». Di scoperte di patologie sconosciute e di vetrini mandati ogni volta per le analisi a Bologna. Di guerre contro le superstizioni come quelle combattute da Dolores Marin: «La tubercolosi? E la punizione per un rapporto sessuale avvenuto durante il mestruo, quando la donna è considerata immonda. La malaria dei bambini? Il frutto di una copula prima del sesto mese dopo una gravidanza. Così sentenzia lo stregone». E pagina dopo pagina Paolo Rumiz ti sbatte in faccia tanti italiani formidabili e perbene che mostrano «ciò che la politica italiana sta perdendo: competenza, modestia, operatività, infinita pazienza. Scoprire gente così è bello e terribile. Bello perché sei di fronte all'Italia migliore, quella che resiste e che pochi raccontano. Terribile perché capisci che a persone di questo calibro non saranno mai affidate responsabilità di governo. Rischierebbero di cambiare in meglio il paese».

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