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26 maggio 2011

L'UOMO MALATO, VIA SPECIALE DELLA CHIESA Osservatore Romano

Osservatore Romano di giovedì 26 maggio 2011, pagina 6


L'UOMO MALATO, VIA SPECIALE DELLA CHIESA

di Salvatore Renato

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Prevenzione, cura e assistenza pastorale delle vittime dell'Aids L'uomo malato via speciale della Chiesa Le pagine dei Vangeli ci mostrano la tenera misericordia di Gesù verso le persone «malate» nel corpo, nello spirito, nelle relazioni sociali. Per costoro ha parole e atteggiamenti che esprimono compassione, comprensione, perdono, accoglienza e si trasformano, frequentemente, in «segni» potenti. Lui, visibile manifestazione dell'infinito amore del Padre, non è venuto solo per salvare le «anime» ma a offrire a ogni persona la «vita piena», in tutte le sue dimensioni (spirituale, psicologica, fisica, relazionale). Ha congiunto così in modo inscindibile non solo i concetti, ma la stessa vera e definitiva realizzazione della salute e della salvezza: in Lui ci viene donata una «salvezza salutare» e una «salute salvifica». La Chiesa cattolica, per non tradire il mandato di Gesù Cristo, deve prendersi cura dei malati, affetti da qualsiasi malattia e senza alcuna discriminazione; l'unica particolarità è una speciale attenzione per i più poveri. Inoltre, in quanto corpo mistico di Cristo e quale comunità da Lui sanata, diviene a sua volta sanante, ossia strumento di salvezza e di salute. La non separazione dell'annuncio del Vangelo dalla cura dei malati si fonda sia sull'esempio di Gesù che sul comando del Risorto di andare in tutto il mondo a predicare il Vangelo e a curare i malati. La certezza che Gesù continua a essere presente nei malati ha sollecitato, nella lunga storia della Chiesa, tantissimi cristiani a scrivere meravigliose — e non poche volte eroiche — pagine di carità verso i malati. La fattiva e costante attività della Chiesa, nei secoli, in favore dei malati non è da interpretare soltanto o primariamente come la risposta a bisogni sociali, ma come fedeltà al mandato di Cristo:  «E strada facendo predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Matteo, io, 8). «Il concilio Vaticano II raccomanda ai vescovi di circondare "di una carità paterna gli ammalati" (Christus Dominus, n. 30); ai sacerdoti di avere "cura dei malati e dei moribondi, visitandoli e confortandoli nel Signore" (Presbyterorum ordinis, n. 6); ai religiosi di esercitare "al massimo grado" il ministero de'lla riconciliazione in loro favore e di mantenere la fedeltà al carisma della misericordia verso gli ammalati (cfr. Presbyterorum ordinis, n. io); ai laici di "praticare la misericordia verso i poveri e gli infermi", ricordando che la carità cristiana deve cercarli e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto (cfr. Apostolicam actuositatem, n. 8). Nella comunità cristiana, pertanto, tutti sono invitati a sentirsi veri protagonisti, anche il malato, che non è considerato soltanto "come termine dell'amore e del servizio della Chiesa, bensì come soggetto attivo e responsabile"» (Christifideles laici, n. 54). In questi ultimi tempi, a testimonianza della premura della Chiesa per il mondo della malattia e della sofferenza, va segnalata in particolare la Lettera apostolica Salvifici dolo-ris (11 febbraio 1984), che costituisce un testo fondamentale per interpretare il problema della sofferenza e del suo senso salvifico. Inoltre, l'istituzione da parte di Giovanni Paolo ii del Pontificio Consiglio per la pastorale degli operatori sanitari (ii febbraio 1985) costituisce lo strumento per la Chiesa per operare a livello mondiale un coordinamento di tutte le istituzioni cattoliche impegnate nella pastorale dei malati e degli operatori sanitari. Non meno significativa, la «Giornata mondiale del malato», istituita il 13 maggio 1992 e da celebrarsi l'11 febbraio con «lo scopo manifesto di sensibilizzare il popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni sanitarie cattoliche e la stessa società civile». Numerosi, poi, sono i documenti che riaffermano la convinzione secondo la quale «l'uomo sofferente è via della Chiesa perché egli è, anzitutto, via di Cristo stesso, il buon samaritano che "non passa oltre", ma "ne ha compassione, si fa vicino (...), gli fascia le ferite (...), si prende cura di lui» (Christifideles laici, n. 53). Ci si può comunque domandare quale incidenza hanno avuto questi insegnamenti sulla vita della Chiesa e, in concreto, sul comportamento dei cristiani verso i malati di Hiv/Aids. La Chiesa si è attivata prontamente sin dal sorgere dell'epidemia e, in questi decenni, ha saputo corrispondere positivamente alla sua evoluzione. Si può riassumere l'attività della Chiesa in favore dei malati di Hiv/Aids in tre grandi ambiti: la prevenzione, la cura e l'assistenza pastorale. La gravità di questa malattia e l'attuale impossibilità di una vaccinazione spingono a investire in modo notevole sulla sua prevenzione. Non è facile trovare un accordo sugli ambiti da ritenere strategici: molto dipende dalla visione della persona e dalla profondità nella quale si desidera incidere nella lotta contro le cause dell'espansione dell'epidemia. La Chiesa pone in campo iniziative in consonanza con la sua visione dell'uomo. In verità, chi meglio conosce l'uomo è nelle condizioni per dare le «indicazioni» ottimali per il raggiungimento delle finalità umane più profonde. Gesù Cristo, rivelandoci il Padre e se stesso, rivela agli uomini la loro identità e i modi per potervi corrispondere secondo l'incomparabile dignità a essi riconosciuta. Un ruolo di primaria importanza svolge, pertanto, la formazione delle persone, in particolare nella valorizzazione della corporeità come elemento espressivo dell'uomo e quindi anche nell'educazione al vero amore e all'uso in tal senso della sessualità, riaffermando conseguentemente il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia. Se si vuole attuare una vera ed efficace prevenzione occorre pertanto educare le persone a modificare il loro atteggiamento sessuale, che costituisce uno dei princi *** pali fattori responsabili della diffusione dell'infezione. Non si può negare che un'educazione all'amore e alle sue diverse espressioni anche sessuali comporta, come uno dei suoi cardini fondamentali, la valorizzazione della fedeltà; non solo come elemento proprio dell'amore coniugale, ma anche per il bene della prole, che in gran parte porta il peso innocente di distorti esercizi della sessualità. Insieme a questi ambiti, molteplici sono i fattori che possono favorire l'insorgere, la diffusione del virus oppure rendere difficile la lotta contro di esso. Fra questi meritano di essere attentamente considerati il contesto sociale, economico e politico. Una credibile prevenzione, che non si ferma ai livelli epidemiologici, deve spingersi fino a questi livelli dove è possibile rinvenire alcune serie problematiche che affliggono molte popolazioni (povertà, analfabetismo, disoccupazione, guerre civili, emarginazione, discriminazione). In quest'aerea la Chiesa si prodiga molto con una capillare opera di sensibilizzazione affinché tutti si assumano la loro parte di responsabilità: dai governanti, agli amministratori, fino ai malati stessi. Tutto ciò, sia erogando servizi con strutture proprie sia mediante la lotta per una maggiore giustizia e solidarietà: i dati confermano che sono i Paesi più poveri ad avere maggiori difficoltà sia per la prevenzione che per la cura di questa pandemia; l'Hiv/Aids è divenuta sempre più la malattia dei più poveri. Fondamentale risulta la formazione delle persone sulla loro dignità e sui diritti-doveri conseguenti a essa; come pure l'impegno, a volte pagando con la vita, per il riconoscimento, la difesa e la promozione dei diritti umani fondamentali (accesso ai farmaci), a livello nazionale e internazionale. La cura è la cosa più visibile e più apprezzata dell'azione della Chiesa in quest'ambito. Il suo coinvolgimento è molto significativo sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Innanzitutto, si prende cura di una grande percentuale di malati di Hiv/Aids insieme ai familiari, agli operatori sanitari e pastorali, avvalendosi di molti tipi di strutture e con risorse umane molto diversificate (dai consacrati ai volontari). Più del 65 per cento dei sieropositivi del mondo sono nella zona subsahariana. Per capire quanto sia importante il ruolo svolto dalla Chiesa è sufficiente prendere visione delle sue innumerevoli attività svolte in questo territorio: la Chiesa costituisce il primo partner dello Stato sia in campo sociale che in quello sanitario. Dal punto di vista qualitativo, è da sottolineare che la Chiesa si prende cura delle persone malate secondo l'antropologia cristiana nel quadro della dottrina sociale; quindi, nel rispetto della dignità della persona, con la promozione e difesa dei diritti, una visione olistica della persona e dei suoi bisogni. C'è un pro-prium che qualifica ogni membro della Chiesa nel suo rapportarsi con ogni persona: l'amore. Gesù ha chiesto: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», ossia con una vita che si fa dono «totale» per gli altri sull'esempio di Lui che ha dato la sua vita per tutti. L'imperativo per ogni discepolo di Gesù Cristo di amare gli altri come Cristo ha amato noi e la consapevolezza di fede di ravvisare nel malato (di Hiv/Aids) lo stesso Signore («io ero malato») offrono a tutti gli operatori cristiani del mondo della salute una motivazione e una forza per un approccio del tutto speciale. Il cristiano è chiamato non solo a donare qualcosa, ma a «donarsi» poiché non è sufficiente il servizio professionale, ma occorre il coinvolgimento umano, l'amore. Da quanto finora detto, appare chiaro che la maggior parte delle persone colpite da questa malattia vivono in una condizione di «vulnerabilità» sia prima che dopo essere state infettate. La povertà economico-culturale, i contesti sociali e familiari degradati e altri fattori concorrono a creare i presupposti per comportamenti a rischio che, non poche volte, conducono a infettarsi e a infettare altri. Da qui l'esigenza e la rilevanza dell'azione pastorale rivolta, da una parte, alla persona, familiari e operatori sanitari; dall'altra, ad agire sulle cause «predisponenti» la diffusione del virus o che rendono difficile la cura dei malati. Questa malattia, pertanto, è un appello alla Chiesa affinché alzi la voce per denunciare le tante ingiustizie perpetrate a danno dei più deboli e per sollecitare le istituzioni e le persone di buona volontà a promuovere la solidarietà a tutti i livelli e con tutte le possibili iniziative. Con pari sollecitudine, occorre ricorrere alla potenza del Vangelo al fine di sostenere la vita sconvolta del malato di Hiv/Aids e «rigenerare» il suo mondo valoriale affinché il malato possa trovare un significato appagante alla sua malattia e alla sua • L • dll' vita. a vicinanza umana e operatore pastorale e dell'intera comunità cristiana e la sua testimonianza dell'amore misericordioso di Dio verso tutti rappresentano una valida premessa per un incontro del malato con Gesù Cristo. Non esiste alcun intervento più «terapeutico» che l'accoglienza fiduciosa del Signore Gesù Cristo nella propria vita: solo Lui è in grado di ottenerci la guarigione più vera e profonda; soltanto Lui può offrirci la gioia piena. L'accento sull'interiorità del malato viene posto nel quadro di una visione olistica. Affinché il malato possa sentirsi «bene» occorre che ritrovi il suo «equilibrio» al di sopra di sé, cioè Dio, oltre che in se stesso e intorno a sé. E sarà un equilibrio, una «salute» mai conquistata per sempre a motivo della sua connaturale e dinamica instabilità. La Chiesa continuerà, in tutti i modi, a impegnare i suoi membri e a sollecitare la società civile per un di più nella qualità e nella quantità degli interventi a favore di milioni di persone la cui vita è stata sconvolta da questo virus e, molto spesso, dall'indifferenza o dallo stigma e dall'emarginazione. E questione di fedeltà a Dio e all'uomo!

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