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21 maggio 2011

E' FAMIGLIA - CIBO COME MALATTIA? COLPA DEGLI "ESEMPI" Avvenire

Avvenire di venerdì 20 maggio 2011, pagina 15


E' FAMIGLIA - CIBO COME MALATTIA? COLPA DEGLI "ESEMPI"

di Molteni Paola

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Anoressia, bulimia, sovrappeso: il problema è anche educativo Cibo come malattia? Colpa degli «esempi» Bimbi obesi: 4 su 10 sulle orme di mamma e papà di Paola Molteni Malati di cibo. Lo sono tutti coloro che soffrono di disturbi alimentari e che proprio attraverso il modo disordinato, a volte patologico, di nutrirsi manifestano malesseri più o meno pravi. Il sintomo è un'abitudine si mangia in modo irregolare e squilibrato, non si considera il pasto come un momento normale della vita quotidiana. Eppure c'è dell'altro, sotto: anoressia, bulimia e obesità non sono malattie dell'appetito, si tratta invece di malesseri che nascono da disagi psicologici profondi. Che attraverso il rapporto con il cibo - rifiutato come avviene per l'anoressia o al contrario cercato nevroticamente come nella bulimia - esprimono in modi diversi uno stesso bisogno: una disperata fame d'amore E, spesso, l'imitazione di un'abitudine già presente in famiglia. Non a caso la frequenza di queste patologie è in continuo aumento, sia nei Paesi occidentali che nel resto del mondo. Da noi non va meglio: secondo l'Istat e l'associazione Aba (Associazione bulimia anoressia) sono quasi tre milioni gli italiani che si trovano a farci i conti. Numeri che potrebbero però lievitare fino alla quota di 5 milioni, perché ancora largamente sottostimati. Oltre il 3% della popolazione presenta problemi legati all'anoressia e bulimia conclamate, più del 10% soffre di obesità e il 35% è sovrappeso. Colpiscono in modo particolare bambini e giovani adulti. Le fasce di età più colpite sia tra i maschi che tra le femmine risultano quelle dei giovanissimi (l'età media nella fascia under 15 è di soli 10 anni, secondo la Società italiana di pediatria) e quella degli over 40, laddove il 20% dei pazienti è una madre La radice comune di questa epidemia va rintracciata, certo, nei modelli diffusi da campagne pubblicitarie e marketing: sempre più bambini ed adolescenti infatti sono preoccupati per il loro aspetto fisico, ricercano i loro modelli di riferimento estetico nei personaggi visti in televisione e adottano comportamenti alimentari sbagliati. Ma il nodo vero sembra essere l'assoluta mancanza di educazione alimentare riscontrata nei bambini e documentata da studi (come quello del Polli Cooking Lab, che ha scoperto come oltre la metà dei bimbi delle elementari non sappia che cos'è la dieta mediterranea). Anche su questa mancanza di cultura alimentare si sta concentrando l'attenzione degli studiosi: si calcola che in Italia 1 bambino su 3 ha problemi di peso, e il 35% dei piccoli in sovrappeso ha genitori con lo stesso problema. Un cattivissimo esempio. *** il nutrizionista Giorgio Calabrese «Il condizionamento socio-culturale è deleterio Ai genitori il compito di mettere in guardia i figli» disturbi alimentari sono fenomeni molto (('complessi. Ecco perché bisogna evitare giudizi affrettati e superficiali sui "perché" insorgono e piuttosto mettersi in ascolto attento del processo che ha portato il soggetto a entrare in conflitto con sé stesso e quindi a esprimere il disagio attraverso la battaglia contro il corpo ed il suo nutrimento». Lo sottolinea Giorgio Calabrese, medico nutrizionista, docente di Alimentazione e nutrizione umana all'Università Cattolica di Piacenza e all'Università di Torino. Che spiega: «Difficilmente i sintomi del disturbo alimentare si presentano insieme e in maniera chiaramente diagnosticabile. Spesso al contrario i segnali rimangono latenti a lungo e si insidiano lentamente nell'individuo, ecco perché è importante ripercorrere con attenzione tutta la storia del paziente e anche quella della sua famiglia dato che spesso il disturbo alimentare ha un carattere "ereditario" che si tramanda nelle generazioni in modo spesso inconsapevole». Predisposizione a parte, a giocare un ruolo fondamentale nell'instaurarsi di queste sindromi è il condizionamento socio-culturale, tanto che il medico parla di una vera e propria patologia dell'apparenza. Ma poi c'è anche «la disponibilità sproporzionata di cibo, che non risponde certo al bisogno di nutrimento sano» e il ruolo delle famiglie: «Un'educazione alimentare corretta che non si lascia deviare dai condizionamenti sociali e dalla cultura dell'immagine parte da bambini soltanto se è condivisa con chi ci sta loro più accanto e più li ama». Di qui un richiamo forte alle famiglie. Loro c'entrano, eccome. (P. Molt.) lo psicologo Matteo Selvini «Per uscire dal tunnel serve una terapia familiare La migliore risorsa preventiva? Fra le mura di casa» All'origine c'è sempre un disagio nelle relazioni. Lo spiega chiaramente Matteo Selvini, psicologo e psicoterapeuta familiare, che fa una distinzione precisa dei problemi. «I disturbi alimentari si dividono in due grandi categorie: anoressia e bulimia. Le persone anoressiche che perseguono ostinatamente il calo del peso, spesso digiunando, risolvono con il rifiuto del cibo il problema della difficoltà a relazionarsi con gli altri e quindi la necessità di chiudersi in se stesse. La sfiducia verso il mondo e la propria persona si realizza nella negazione del cibo». La caratteristica della sindrome bulimica è invece l'instabilità e ancora una volta affonda le radici nel terreno delle relazioni: «Siccome questi soggetti non riescono a realizzare una giusta distanza nei rapporti con gli altri, tendono a vivere di eccessi anche nelle loro abitudini alimentari: mangiano di continuo e senza criterio ma poi si provocano il vomito per liberarsi di tutto quello che hanno ingerito. Non è raro poi che si passi dall'anoressia alla bulimia e di qui all'obesità. Patologia che, a sua volta, crea pesanti ripercussioni psicologiche sulla vita dell'individuo in un circolo vizioso destinato a non interrompersi più ). Uscire dal tunnel è possibile, assicura l'esperto. «L'anoressia prevede fin dall'inizio della terapia il coinvolgimento dei genitori mentre per il paziente bulimico è più indicata la terapia individuale. In ogni caso la famiglia può diventare la migliore risorsa preventiva dei disturbi che è possibile intravedere nei comportamenti di ogni giorno. Al contrario, il problema si aggrava quando tende a essere minimizzato, se non addirittura nascosto»

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